L'Altra Parte

by Marco Paltrinieri

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about

Marco Paltrinieri - "L'Altra Parte"
digital album - Canto 27

Written and recorded in the spring of 2020, "L'Altra Parte" (The Other Side) is the result of the collaboration between Marco Paltrinieri and the philosopher and writer Pierangelo di Vittorio.

Titled after the 1908 book by Alfred Kubin, “L’Altra Parte” is a slowly enveloping piece in which disembodied voices, breathing drones and a whole ecosystem of found and manipulated sounds punctuate the narrating voice of Lucie Page. Quiet and yet haunting, her voice recounts an experience of loss and metamorphosis, one that describes the death and rebirth of a whole species.

Written, recorded and mixed by Marco Paltrinieri in Chalap, France
Words by Pierangelo Di Vittorio
Voice by Lucie Page
Mastered by Nicola Ratti
Artwork by Andrea Paltrinieri Page

“Verrà il momento in cui dovremo lasciarci.”
Una madre e un figlio, un figlio e un padre, un fratello e una sorella, una coppia di amici o di amanti.
I legami si lacerano come un tessuto infeltrito. Il pianeta sanguina e con esso il cuore dell’uomo.
Sembra di parlare da un mondo che non c’è più, senza riuscire a intravedere l’alba di un giorno diverso. Si parla da un cieco intervallo. Parlano le ombre e i silenzi, estremi testimoni.
Nel frattempo qualcosa potrebbe essere successo.
Dalla cruda lotta per la sopravvivenza, dalle mutilazioni che essa lascia dietro di sé come gli scheletri di un bosco incendiato, è spuntato il virgulto, fragile e impetuoso, di un “possibile”.
Una forma di vita si è messa in cammino dalla catastrofe. Giocando fra le macerie, i bambini compongono mosaici inauditi. Forse mostruosi, comunque vitali.
La metamorfosi è stata lunga e dolorosa, e l’uomo ne ha pagato il prezzo. Il premio potrebbe essere la conquista di un nuovo rapporto con la realtà.
“Verrà forse il momento in cui potremo ritrovarci.”
La madre con il figlio, il figlio con il padre, l’amico con l’amico, l’amante con l’amante.

— Pierangelo Di Vittorio

L' Altra Parte

Ricordi? Credevamo di non farcela. Piangevamo nascosti in giardino, che sciocchezza! Poi il momento della separazione.

Ora qui è tutto diverso, sai? Noi siamo completamente diversi. E quelli che sono riusciti a dimenticare ciò che eravamo ce l’hanno fatta. Alla fine l’altro mondo è arrivato.

C’è tanto da fare adesso ma ogni gesto è solo un’attesa. L’idea del primo mattone che porta dentro di sé, come una femmina gravida, le architetture di domani, è ormai evaporata. Non c’è più la fretta del progetto che divora attimo dopo attimo. La sua bocca famelica si è richiusa. Adesso si vive in una calma attesa di nulla. Sì, tutto è cambiato.

Pensavamo che, nel rapporto con la realtà, la cosa più importante fosse la luce. Portavamo chiarezza e trasparenza ovunque, dalle vette più elevate alle profondità più abissali. Bramavamo di vedere tutto. La nostra vista aguzza era la spada di un impero che avanzava annettendo i territori del visibile e dell’invisibile.
Alla fine abbiamo invece scoperto che tutto ciò che ha un significato nasce negli interstizi ciechi che solcano e scavano la realtà, all’infinito. Ora lo sappiamo. Che la realtà è infinitamente porosa e che dai suoi infiniti punti di sospensione sgorga il senso, come acqua di fonte, e che negli stessi punti d’intervallo il senso rifluisce. Ora lo sentiamo, che in queste faglie, informi e mute, si creano i legami primordiali con noi stessi e con le altre creature, con l’ambiente, con gli ecosistemi cosmici, con l’indicibile tutto.

Sì, tutto è cambiato e sai quando? Quando ci siamo tolti dalla testa il sogno del mondo perfetto. Quel sogno era come un film che scorreva senza soluzione di continuità nelle nostre reti neurali. E che ci intossicava, da dentro. Era la nostra prigione. Le sue sbarre d’acciaio avevano nomi banali. Si chiamavano sicurezza biologica, benessere economico, bellezza estetica e onnipresenza mediatica. Estirpare dal proprio cervello, espellere dal corpo il sogno del mondo perfetto è stata la più grande emancipazione. Perché, paradossalmente, era proprio il sogno di emanciparsi da tutte le forme di precarietà, comprese la malattia e la morte, che ci condannava a uno stato di minorità cronico. Che erodeva le basi di ogni possibile autonomia. Poi un giorno...

Ci volle un pò prima che ce ne rendessimo conto. I vecchi nemici che turbavano il nostro sogno di una vita perfetta, non solo non ci facevano più paura, ma erano diventati i nostri compagni. Con essi, senza nemmeno realizzare, stavamo uscendo piano piano dalla catastrofe. Il bozzolo si era rotto e dal bruco si vedevano spuntare dei timidi abbozzi di ali. E la vita appariva come uno strano fiore, ibrido e acefalo. Un rizoma che aveva l’aspetto di uno strano montaggio di materiali eterogenei. Una macchina improbabile, fatta di pezzi umani e pezzi animali, pezzi biologici e pezzi di vita inanimata, pezzi di vita spirituale e pezzi di esistenza sociale e politica.

Semplicemente scoprimmo il senso della parola “possibile”.

www.action30.net

video : www.youtube.com/watch?v=18vCagJvZtI&t=3s

credits

released October 23, 2020

www.cantimagnetici.com

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